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IVA su tassa rifiuti: chiarimenti

Breve Storia

 

 A partire dal 1999 molti Comuni italiani, pochi Sardi, hanno sostituito la Tassa Smaltimento Rifiuti con la Tariffa di Igiene Ambientale, come definito dall’art. 49 del D.lgs. n. 22 del 1997 (il cosiddetto Decreto Ronchi) e dal DPR n. 158/1999.

Le principali differenze tra TARSU e TIA riguarda il calcolo del contributo.

Nel caso della TARSU è effettuato sulla base dei metri quadrati del proprio immobile, nel caso della TIA, invece, la tariffa è determinata da dei costi generici del servizio, ai quali si aggiunge una componente variabile legata al numero dei componenti del nucleo familiare. E' calcolata, cioè, in base ai rifiuti effettivamente prodotti; negli intenti avrebbe rappresentato un’evoluzione positiva, specialmente in alcune realtà, tesa ad incentivare sempre più la raccolta differenziata ed i comportamenti delle utenze finalizzati a ridurre i rifiuti alla fonte, a massimizzare il recupero ed a minimizzare il ricorso alla discarica.

Con il passaggio da tassa a tariffa, però, è divenuto possibile applicare su quest’ultima l’IVA al 10%, fino alla dichiarazione della Corte Costituzionale del luglio 2009. 

La Corte Costituzionale, infatti, con la sentenza n. 238 del 24 luglio 2009, ha stabilito che la TIA (Tariffa di Igiene Ambientale) è, nonostante il nome che porta, una “tassa” e non una “tariffa”, pertanto, sulla stessa non è applicabile l’IVA.

Si riconosce, così, del tutto illegittima l’IVA al 10% applicata dai comuni interessati sulla TIA.

 

Il Governo ed il Ministero delle Finanze avrebbero dovuto dare disposizioni attuative affinché fosse data piena applicazione alla sentenza:

  • facendo cessare l’assoggettamento ad IVA già dalla prossima bolletta della TIA,  

  • mettendo in moto il meccanismo di rimborso per restituire alle famiglie quanto illegittimamente sottratto.

Invece, con un emendamento nella manovra di luglio 2010, che stabilisce l’applicazione dell’IVA sulla  nuova TIA2 (che, lo ricordiamo, deve ancora entrare in vigore in quanto da 4 anni manca il regolamento), è stato accompagnato da un ordine del giorno che sostiene l’estensione dell’applicabilità dell’IVA anche alla TIA1 (quella in vigore). Pertanto il Governo ha previsto di sancire che “la TIA è una prestazione di servizio soggetta ad IVA” e, di conseguenza, questa può continuare ad essere pagata sulle Bollette. Di fatti, l'esatto contrario di quanto sancito dalla Corte Costituzionale.

I solleciti della Federconsumatori che ha chiesto a gran voce l'applicazione della sentenza costituzionale hanno trovato la forte resistenza da parte di molte aziende, le quali, nonostante le diffide, a tutt'oggi, continuano ad incassare e girare al Ministero delle Finanze in modo indebito l'IVA del 10% sulle Bollette delle utenze domestiche.

 

Anche una parte dei Comuni, su indicazione dell’ANCI, si stanno riappropriando della titolarità della TIA-tributo, facendola rientrare nei bilanci comunali: definendo il regolamento di riscossione nell’ambito della concessione del servizio all’azienda, questa fatturerebbe il sevizio al comune stesso comprensivo di IVA. In questo modo, per il cittadino utente domestico, scatta la beffa di continuare a pagare un'IVA mascherata su un “tributo”. Pensiamo, ad esempio, al Sindaco di Roma che reintroduce l’IVA del 10% appigliandosi alla circolare del Ministero, dopo che l’anno scorso in ottemperanza della sentenza, fu uno dei primi sindaci ad averla eliminata, o meglio, ad averla mascherata con un aumento della tariffa di pari importo.

Così facendo i romani sono stati beffati due volte: la prima con l’aumento del 10% attuato lo scorso anno, l’altra con la reintroduzione dell’IVA che farà crescere la bolletta di un ulteriore 10%.  

La Federconsumatori ha intrapreso le prime 3 cause pilota: a Melegnano (presso il Tribunale di Lodi), per quanto i comuni di Pinerolo, Stradella e Rea Po (presso il Tribunale di Voghera) ed a Rimini. I primi risultati sono stati ottenuti a Genova, dove un Giudice di Pace ci ha dato ragione, condannando l’azienda AMIU Genova SPA a restituire al cittadino richiedente gli importi versati per l’IVA pagata indebitamente dal 2006 al 2009, per un totale di 80,70 Euro. Le cause pilota,

 

I numeri della TIA in Sardegna

 

 Sono 1193 i comuni italiani (oltre 6 milioni di famiglie) che, dal 1999 al 2008, hanno dovuto pagare l’IVA sulla tassa sui rifiuti, e che oggi dovrebbero avere indietro quanto versato in più del dovuto. La stima di tale spesa, secondo quanto indicato dall’ultimo rapporto APAT, tra famiglie ed aziende, si aggira intorno ai 200-230 milioni di Euro all’anno.

Ad esempio: per una famiglia che paga 250 Euro all’anno di TIA, quindi, la restituzione corrisponderebbe a 25 euro l’anno, che vanno moltiplicati per il numero di anni in cui si è pagata la TIA.

Dal dettaglio per Regione emerge infatti che la quota più consistente di Comuni ad aver applicato nel 2008 la tariffa riguarda il Trentino Alto Adige con il 65,78%, ovvero 223 Comuni. A seguire l'Emilia Romagna con 46,04% (157 Comuni), il Veneto con il 39,93% (232 Comuni), la Toscana con il 27,87% (80 Comuni), la Sicilia con il 20% (78 Comuni), la Lombardia con il 14,55% (225), il Friuli Venezia Giulia con l'11,87% (26 Comuni), le Marche con l'11,38% (28 Comuni), il Piemonte con il 10,36% (125 Comuni), l'Umbria con il 7,61% (7 Comuni), la Liguria con il 4,26% (10 Comuni), la Basilicata con il 3,5% (4 Comuni), la Campania con il 3,09% (17 Comuni), la Calabria con il 2,93% (12 Comuni), il Lazio con il 2,91% (11 Comuni), la Sardegna con il 2,39% (9 Comuni tra cui Pula, Sassari, Maracalagonis, Lanusei, Sennori), l'Abruzzo con l'1,97% (6 Comuni), la Puglia con l'1,35% (4 Comuni), mentre il Molise e la Val d'Aosta rispettivamente con l'1,35% e lo 0,74% e un Comune.

 

Cosa fare

 

 Prima di tutto occorre verificare, per i comuni in cui vige il regime TIA, che nella propria fattura si trovi esplicitata la voce IVA al 10%, per essere certi che il proprio comune, benchè in regime TIA, abbia deciso di applicarla.

Ad oggi è molto difficile, in presenza di una sentenza della corte costituzionale che va in una direzione ma con circolari ministeriali, prontamente intervenute, che vanno nella direzione opposta, ottenere la restituzione dell'IVA versata negli anni precedenti.

Tuttavia, Federconsumatori invita i cittadini colpiti da questa misura, a segnalarlo prontamente agli sportelli, in modo da poter sensibilizzare immediatamente le amministrazioni comunali sul problema e invitarli a procedere alla cessazione dell'applicazione di questo ingiusto balzello almeno per gli anni futuri.

 

 
Aumento della povertà, dispersione scolastica e nessuna prospettiva per i bimbi sardi

Relazione choc di Save the Children Italia: aumento della povertà, dispersione scolastica e nessuna prospettiva per i bimbi sardi.

 

Lo choc arriva da uno studio effettuato da Save the Children Italia, organizzazione che si occupa dei problemi dell'infanzia, che fotografa lo stato di assoluto degrado in cui versano le famiglie con minori a carico, colpiti da questa crisi. A farne le spese, è la generazione dei bambini, la parte più debole e indifesa della nostra società, di un Paese che risulta essere tra i più industrializzati al mondo ma che non sembra in grado di comprendere le necessità di assicurare un futuro al nostro futuro, ai nostri figli, alle generazioni a venire.

Sono 10 milioni 229 mila i minori in Italia, pari al 16,9% del totale della popolazione: di essi 1.876.000 vivono in povertà e il 18,6% in condizione di deprivazione materiale.

La crisi economica sta pesando soprattutto sui bambini e sugli adolescenti, in assenza di misure specifiche di tutela. Dal 2008 ad oggi, infatti, sono proprio le famiglie con minori ad aver pagato il prezzo più alto della grande recessione mondiale: negli ultimi anni la percentuale delle famiglie a basso reddito con 1 minore è aumentata dell’1,8%, e tre volte tanto (5,7%) quella di chi ha 2 o più figli. Lo studio è rivelato dal secondo Atlante dell'Infanzia (a rischio), diffuso da Save the Children alla vigilia della Giornata dell'Infanzia, con argomenti che vanno dalle città e territori in cui vivono, alla povertà minorile, dagli spazi di verde e di gioco disponibili, all'inquinamento urbano, dalla dispersione scolastica alla spesa sociale e servizi per l'infanzia.

Il quadro che esce da questo Atlante dell'infanzia a rischio, fotografa il nostro Paese ma soprattutto le regioni del Sud e la Sardegna, come un calderone di pericolose e possibili tensioni sociali, se non si riuscirà a dare una svolta nel più breve tempo possibile alle politiche per l'infanzia e contro la povertà dilagante.

Alcuni dati. Sono 1.876.000 i bambini e ragazzi in povertà relativa, cioè che vivono in famiglie che hanno una capacità di spesa per consumi sotto la media. Sono 653 mila i bambini e ragazzi in povertà assoluta (privi dei beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile) concentrati soprattutto al Sud.

La percentuale di minori in povertà relativa (una famiglia di due componenti con un reddito complessivo di meno di mille euro) in Sardegna è del 27,1 per cento (75mila), sesti in Italia dopo le regioni del sud, a fronte di una media italiana del 18,6 per cento. Tra questi l'8,9 per cento (dato aggregato con la Sicilia) «ha problemi a fare un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni». E il 17 per cento ha dichiarato di «non aver avuto soldi per le cure mediche almeno una volta negli ultimi dodici mesi», come riferisce Raffaella Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the Children Italia che conclude «I dati purtroppo sono inequivocabili: c'è una caduta libera dei parametri relativi al benessere dell'infanzia e una palese inadeguatezza ad affrontare il fenomeno. Vuoti di conoscenza in un paese in cui sappiamo tutto di tutti, ma dal 2002 non viene prodotto nemmeno un dato ufficiale sul lavoro minorile. Vuoti di visione in un governo che mortificava il sistema scolastico. Vuoti di strategia con un confuso trasferimento di poteri alle Regioni sul welfare che aumenta le diseguaglianze».

Tra i fenomeni di dispersione scolastica si segnala la fuoriuscita dal percorso scolastico degli iscritti al primo anno delle scuole secondarie di II grado: più di 1 su 10 degli studenti, interrompe la frequenza e non si iscrive all’anno successivo. I territori in cui il rapporto tra esclusione sociale e fallimento formativo emerge in maniera più drammatica sembrano essere quelli delle aree metropolitane del Sud, tra cui anche le zone di Cagliari che registrano abbandono scolastico in età molto precoce e percentuali di mancata iscrizione e marcata dispersione.

L’Italia della spesa e dei servizi per l’infanzia colpisce per i tanti sprechi e le inefficienze. Un dato per tutti è quello dei fondi europei che rischiamo di rimandare indietro a Bruxelles. Una stima fatta dall'associazione afferma che basterebbe il 7% dei 29 miliardi di euro ancora non impegnati per creare 100.000 nuovi posti in asilo nido o strutture educative per l’infanzia nel Sud, come riferisce Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. “In questo quadro la crisi economica non può essere addotta come giustificazione ma anzi deve essere un incentivo a investire sull’infanzia una volta per tutte se vogliamo che oltre la crisi ci sia un futuro per il nostro paese, cioè per le giovani generazioni. Questo significa una serie di misure e provvedimenti urgenti e fondamentali”. Dice ancora il Direttore Generale di Save the Children Italia “Quella che registriamo è piuttosto una rimozione della questione infanzia e adolescenza in Italia. A dimostrazione il fatto che non abbiamo allo stato alcun provvedimento organico in atto per fare fronte alla questione della povertà minorile, per combattere la dispersione scolastica, per un intervento forte a favore dei minori che crescono al Sud, per costruire una rete nazionale di servizi per la prima infanzia.

Federconsumatori Sardegna, anche in questo caso a difesa dei diritti delle fasce più deboli della popolazione, chiede ancora una volta alla Regione Sardegna un monitoraggio urgente della situazione della povertà nell'Isola con successive e urgenti azioni mirate al contrasto della stessa e allo sviluppo economico.

 

 
CTM tra stipendi d'oro e conflitti d'interessi: Federconsumatori Sardegna denuncia la doppia gestion

Recentemente è capitato di leggere sui giornali dello scontro, che via via si sta inasprendo, tra il Comune di Cagliari e i vertici del Ctm. Il casus belli che ha fatto accendere lo scontro è dato dagli stipendi d'oro dei vertici dirigenziali dell'azienda partecipata del Comune di Cagliari: oltre 130mila euro l'anno, quasi il doppio rispetto a un dirigente del Comune e più alto di un dirigente della Regione (circa 100mila euro annui). Alla richiesta di un'audizione con il presidente e i dirigenti del Ctm, fissata per lo scorso 4 novembre, questi hanno risposto disertando la riunione e adducendo, come scusa, impegni presi in precedenza. Di fatti un'occasione mancata per far chiarezza e magari tentare di migliorare la qualità del servizio.

In questa sede, Federconsumatori Sardegna vuole sollevare un altro quesito da rivolgere all'amministrazione comunale di Cagliari. Il Ctm infatti gestisce il trasporto pubblico cittadino e, da qualche anno a questa parte, detiene anche la gestione di gran parte dei parcheggi a pagamento nelle strade della città. Di norma il gestore del trasporto pubblico cittadino dovrebbe avere l'obiettivo fondamentale di favorire la mobilità dei cittadini attraverso gli autobus, contrastando dunque il congestionamento del traffico. Ma nel caso del Ctm, gli incassi notevoli (con un profitto ben maggiore rispetto a quelli ottenuti dalla vendita di biglietti e abbonamenti bus) dati dai biglietti per la sosta nei parcheggi a pagamento regolarmente acquistati dagli automobilisti, crea un evidente e gravissimo conflitto di interessi. In parole povere e per ipotesi, all'azienda converrebbe creare dei deterrenti al trasporto pubblico e incentivare il trasporto privato. Come? Basta creare situazioni di costante disagio nel trasporto pubblico: ritardi nelle corse, comfort ridotto al minimo dei mezzi, spesso sovraffollati e quasi totalmente privi di ricambio d'aria (nel nuovo parco mezzi non sono previsti dei finestrini da poter aprire autonomamente), poche linee a coprire i percorsi urbani e nell'hinterland. In ogni caso un trasporto pubblico non all'altezza di quella Cagliari che l'ex sindaco Floris chiamava “capitale del Mediterraneo” ma che, a livello di qualità di servizio, è più vicina alla sponda meridionale dello stesso mare piuttosto che alla tanto auspicata capitale europea.

Per tutti questi motivi, Federconsumatori Sardegna intende rivolgere all'amministrazione comunale un invito a rivedere le concessioni date all'azienda Ctm negli anni passati, alla luce di questo inconcepibile e inaccettabile conflitto di interessi che continua a danneggiare il diritto dei cittadini alla mobilità e a una qualità di vita accettabile.

 

 

 

 

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